✨II ^ Domenica d’Avvento 🎄4/12/22 🎄Francesco Fiorillo ✨

Amare significa essere attesi.

Attesi ad un appuntamento.

Attesi al ritorno da un viaggio.

Attesi a casa dopo una giornata di lavoro.

Attesi dopo un pianto amaro

Attesi nel cuore che non ti giudica

Attesi ad un concerto senza musica

Attesi dopo la notte attraversata.

Si, l’amore è essere Attesi, sentirsi attesi, se non c’è, non è amore.

don Francesco

🎏✨⛩✨🌈

Permettere a Dio di essere Dio

– ANNO A 4 dicembre 2022 II DOMENICA DI AVVENTO Is 11,1-10 Sal 71 Rm 15,4-9 Mt 3,1-12

Tratto da: Adista Notizie n° 37 del 29/10/2022

Il Battista è considerato, a ragione, come l’ultimo profeta dell’Antica Alleanza. Mi pare opportuno, per questo motivo, richiamare all’attenzione due aspetti, strettamente congiunti, propri della funzione profetica nel Primo Testamento.

Anzitutto il profeta richiama l’uomo alla promessa di Dio che si traduce nella Parola di Dio che egli è chiamato a dire, annunciare, proclamare. Il profeta è dunque uomo di e della Parola.

Per evitare il rischio di scadere nel legalismo (posso essere classificato come credente perché ho letto il manuale del perfetto credente, il catechismo, e ne osservo tutte le indicazioni e i precetti ma al tempo stesso non conosco Dio e nemmeno mi preoccupo di amarlo: è come se io fossi il perfetto marito perché svolgo bene il mio compito senza amare mia moglie) e nel conseguente feticismo della Parola, ecco il secondo aspetto: il profeta richiama l’attenzione a Colui che parla. Dunque osservare la Parola ma insieme osservare Colui da cui questa Parola proviene, volgere lo sguardo, desiderare l’incontro con la fonte di questa Parola per scoprire i suoi desideri nei miei confronti. Questo è il punto cruciale che segna il passaggio da una religione intesa come mera osservanza di regole alla comunione con Colui che chiamiamo Dio: è la fede, ossia la libertà dei figli.

Dovrei esplicitare altro sulle funzioni profetiche, ma lo spazio è tiranno e, inoltre, questo ci condurrebbe lontano dal testo che ci offre la liturgia odierna.

Proprio tale testo inizia con l’espressione “In quei giorni…” (inizia proprio così, non è un incipit liturgico). È importante questa indicazione temporale perché indica i giorni di ogni tempo. È come se il narratore stesse dicendo a ciascuno di noi: “Vivi ‘quei giorni’ in ogni tuo giorno”: è ora, è adesso, è in questo preciso istante. Cosa? La voce del Battista che, attenzione, non “predicava” ma “proclamava”: differenza sottile ma essenziale. La predica può essere più o meno lunga, mentre la proclamazione è breve, intensa, immediata. E poi, lasciatemelo dire, spesso la predica addormenta mentre la proclamazione tiene ben svegli.

Giovanni entra in scena come se stesse gridando: “Udite! Udite! Ho una notizia! Ho qualcosa da dire!”: questa è una voce che da vigore a una Parola che sveglia!

Tutto questo, paradossalmente, avviene “nel deserto”. Strano. A chi parli nel deserto? Chi ti ascolta in quel luogo, per l’appunto, deserto?

La sapienza del narratore riporta al centro del cuore questo luogo così fondamentale nella storia ebraica e cristiana perché è il luogo di formazione del popolo di Dio. Il deserto implica almeno due dimensioni: la prima è il fatto che sei uscito dall’Egitto e non sei più in condizione di schiavitù; la seconda è che se ti fermi, nel deserto, muori; quindi il deserto è il luogo del cammino, della ricerca, dello spogliarsi di ciò che impedisce di camminare, di ciò che ti rallenta verso la meta, cioè la verità profonda della tua esistenza.

È in questo luogo più esistenziale che geografico che cade una parola forte: “Convertitevi!”. Forse è proprio quest’unica parola che accomuna, all’inizio, Gesù e il Battista. Ma è sul contenuto espresso dalla medesima che poi i due cammini si separeranno.

“Convertirsi” perché? “Perché il regno dei cieli è vicino”. È la medesima espressione che risuonerà più tardi sulla bocca di Gesù, anche se l’annuncio di Gesù si distaccherà da quello di Giovanni. Per Giovanni il Regno è prossimo a venire e la sua manifestazione non sarà, per dire, una vera e propria festa. Per Gesù il Regno è già qui. Per entrambi, l’espressione “Regno dei cieli” indica la presenza di Dio, del divino dentro la storia. Allora convertirsi è accettare, a partire dalla Parola, di aprirsi a una dimensione altra, totalmente nuova, non addomesticabile e riconducibile ai nostri schemi religiosi.

Don Luciano Locatelli presbitero della Chiesa di Bergamo, attualmente a tempo pieno in Caritas.

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