✨🌅✨«Il compito di oya, il genitore, è di salire sull’albero e da lontano stare a guardare»🌠⛩🌠

📷 In foto noi, il giorno in cui siamo usciti dall’ospedale
per tornare a casa~♥️
La lingua giapponese per me è sempre stata una lezione. E oggi ho bisogno di ricordare questa cosa.
Ripenso talvolta alle parole dell’ostetrica che venne a casa per la visita del secondo mese di vita di Sosuke, quando ancora piangeva tanto e forte, quando mangiava ad ogni ora e noi ci sentivamo impotenti, a volte inadeguati.
«Oya 親, in giapponese, è il genitore.
Nel carattere di oya 親, in alto a sinistra, c’è tatsu 立つ che è verbo che significa «stare in piedi, alzarsi», in basso c’è ki 木 l’«albero» e a destra si erge miru 見る ovvero «vedere, guardare».
Svoltolando i vari componenti, ecco che la frase si ricostruisce così: Oya no yakuwari wa, ki no ue ni tatte miru koto da 親の役割は、木の上に立って見ることだ ovvero «Il compito di oya, il genitore, è di salire sull’albero e da lontano stare a guardare».
La spiegazione di cosa sia un genitore è quindi già nella parola: è colui che deve intervenire solo quando davvero necessario. Per non sostituirsi mai al proprio figlio, per non intralciare il corso degli eventi, a oya, il genitore, spetta soprattutto l’osservazione a distanza, la supervisione discreta.»
da “WA, la via giapponese all’armonia”
www.lauraimaimessina.com
📷Splendido scatto di @xxmegmeixx che vi consiglio di seguire perché ha una delicatezza rara e una vera passione ❤️

«Michikusa 道草 è il vagabondare, passeggiare senza meta. Fare anzi, della meta, un concetto secondario.
È assemblata in questa parola la via (michi 道) e l’erba (kusa 草), a significare quei germogli spontanei che spuntano sul ciglio delle strade. L’antica locuzione che la vede protagonista, ovvero michikusa wo kū 道草を食う (letteralmente «mangiare l’erba al lato delle strade»), proviene dalle soste provocate dal cavallo che, per cibarsene, finiva per ritardare il viaggio. Quegli arresti non programmati, l’indugiare in posti non pianificati, facevano sì che chi viaggiava in groppa all’animale si attardasse: perdesse tempo e insieme guadagnasse esperienze inaspettate. […]
Così l’inizio di un viaggio, uno riuscito – nel senso di qualcosa che ci ha tolto di dosso qualche peso e ce ne ha aggiunto uno nuovo, che ha risposto a qualche domanda ma ce ne ha fornite tante altre – è un inarrestabile cambiare, non solo del proprio modo di vedere, ma anche del luogo verso cui si è diretti.
Non avere fretta di arrivare! Raggiungere la meta è davvero poca cosa.
Né sottrarsi la scomodità dell’imparare, né la gioia di fallire e di trovare un’altra gioia, un poco dietro il dispiacere. Non è giusto neppure privarsi del rammarico iniziale del perdere la strada. Si sarà risarciti da memorie nuove, e molto care.»
📚 da «Wa, la via giapponese all’armonia» @tea.libri e @vallardi_editore
www.lauraimaimessina.com

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