Ode al primo giorno dell’anno…

 AUGURI
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Giuliano
             AUGURI  A TUTTI E BUON ANNO 2017
Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.
                                   Erri De Luca
A Romena in questi giorni tanti amici condividono la semplicità e la bellezza dello stare insieme a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno. E’ il tempo di fraternità che è iniziato subito dopo Natale e terminerà con l’Epifania. Ma insieme a chi è presente fisicamente in questi giorni vogliamo anche pensare ai tanti amici incontrati quest’anno o in altri momenti e salutarli tutti con un brindisi in poesia.
Questo “Prontuario per il brindisi di Capodanno” di Erri De Luca (estratto dalla raccolta “L’ospite incallito”, Einaudi 2008) ha infatti la capacità di coinvolgere praticamente ogni persona, dovunque si trovi, guardandola nelle sue espressioni più semplici e autentiche di umanità. E allora, sulla scia di questi versi, tanti, tantissimi auguri a ciascuno di voi!
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LUIGI MARIA CORSANICO LEGGE PABLO NERUDA

 di fabrizio centofanti

da qui

Ode al primo giorno dell’anno

Lo distinguiamo dagli altri come se fosse un cavallino diverso da tutti i cavalli. Gli adorniamo la fronte con un nastro, gli posiamo sul collo sonagli colorati, e a mezzanotte lo andiamo a ricevere come se fosse un esploratore che scende da una stella. Come il pane assomiglia al pane di ieri, come un anello a tutti gli anelli: i giorni sbattono le palpebre chiari, tintinnanti, fuggiaschi, e si appoggiano nella notte oscura. Vedo l’ultimo giorno di questo anno in una ferrovia, verso le piogge del distante arcipelago violetto, e l’uomo della macchina, complicata come un orologio del cielo, che china gli occhi all’infinito modello delle rotaie, alle brillanti manovelle, ai veloci vincoli del fuoco. Oh conduttore di treni sboccati verso stazioni nere della notte. Questa fine dell’anno senza donna e senza figli, non è uguale a quello di ieri, a quello di domani? Dalle vie e dai sentieri il primo giorno, la prima aurora di un anno che comincia, ha lo stesso ossidato colore di treno di ferro: e salutano gli esseri della strada, le vacche, i villaggi, nel vapore dell’alba, senza sapere che si tratta della porta dell’anno, di un giorno scosso da campane, fiorito con piume e garofani. La terra non lo sa: accoglierà questo giorno dorato, grigio, celeste, lo dispiegherà in colline lo bagnerà con frecce di trasparente pioggia e poi lo avvolgerà nell’ombra. Eppure piccola porta della speranza, nuovo giorno dell’anno, sebbene tu sia uguale agli altri come i pani a ogni altro pane, ci prepariamo a viverti in altro modo, ci prepariamo a mangiare, a fiorire, a sperare. Ti metteremo come una torta nella nostra vita, ti infiammeremo come un candelabro, ti berremo come un liquido topazio. Giorno dell’anno nuovo, giorno elettrico, fresco, tutte le foglie escono verdi dal tronco del tuo tempo. Incoronaci con acqua, con gelsomini aperti, con tutti gli aromi spiegati, sì, benché tu sia solo un giorno, un povero giorno umano, la tua aureola palpita su tanti cuori stanchi e sei, oh giorno nuovo, oh nuvola da venire, pane mai visto, torre permanente!

 Pablo Neruda

Ode al primo giorno dell’anno

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.

Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.

Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.

Giorno dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.

Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!

(Pablo Neruda, Terzo libro delle odi, 1957)
Trad. Alessandra Mazzucco

L’inizio ha un tono di meraviglia infantile: l’anno nuovo è paragonato a un pony che viene coccolato, vezzeggiato e persino adornato con un fiocchetto. Lo stupore e l’attesa si fanno crescenti, l’atmosfera è tutta da fiaba, suggellata dall’immagine dell’esploratore che scende dal firmamento.

La realtà è che il primo giorno del nuovo anno non è poi molto differente dagli altri: una briciola tra le tante del pane quotidiano, un giorno che comincia all’alba e finisce per addormentarsi nella notte, un anello della catena temporale che attraversa la vita.

La prospettiva di Neruda è quella di un uomo su un treno: quel treno è il tempo, un meccanismo di ingranaggi al quale ogni uomo guarda, cercando di capirne la complessità: i bivi, le possibilità di intervento e l’impossibilità di arrestarne la corsa. E in questa analisi del tempo, che in fondo non è altro che la vita umana, tutti i giorni sono simili, tutte le persone sono coinvolte allo stesso modo, non c’è differenza, non c’è figliolanza né paternità: tutti sullo stesso treno.

Nulla di particolare, quindi, nel primo giorno dell’anno: è solo un viaggio che prosegue, mentre sullo sfondo cangianti panorami si susseguono anonimi, e uomini che non si conoscono attraversano la nostra vita, il nostro orizzonte. Nulla da temere, però: è un percorso naturale, dalla nascita all’oblio: è la terra che funziona così, è la vita.

Detto tutto ciò, quale valore conserva il nuovo giorno? Se c’è una diversità da segnalare, è quella della speranza: quel senso di attesa trepidante, quell’aspettativa di un altro modo di vita che vorrebbe coinvolgere le pratiche più elementari, come il mangiare, e quelle più spirituali, come lo sperare. Un nuovo anno da assaggiare, da rendere sacro come un candelabro, da bere come un liquore prezioso.

Resta la necessità della speranza, dovere che si fa potere: in questa nuova prospettiva il povero giorno umano si trasforma in una sorta di divinità naturale che fa fiorire, profuma, adorna i cuori di luce e innalza quelle torri che permettono di andare oltre il presente guardare verso il futuro con occhi nuovi e riconciliarsi con quel tempo di cui si è parte, quel tempo che non bisogna solo subire, ma che si può avvistare, costruire, insomma, vivere.

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