DUECENTOSESSANTADUE DI TRECENTOVENTICINQUE

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ESORTAZIONE APOSTOLICA
POST SINODALE
 Amoris laetitia 
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO AI VESCOVI
AI PRESBITERI E AI DIACONI
ALLE PERSONE CONSACRATE
AGLI SPOSI CRISTIANI
E A TUTTI I FEDELI LAICI
SULL’AMORE NELLA FAMIGLIA

262. Se la maturità fosse solo lo sviluppo di qualcosa che è già contenuto nel codice genetico, non ci sarebbe molto da fare. La prudenza, il buon giudizio e il buon senso non dipendono da fattori puramente quantitativi di crescita, ma da tutta una catena di elementi che si sintetizzano nell’interiorità della persona; per essere più precisi, al centro della sua libertà. È inevitabile che ogni figlio ci sorprenda con i progetti che scaturiscono da tale libertà, che rompa i nostri schemi, ed è bene che ciò accada. L’educazione comporta il compito di promuovere libertà responsabili, che nei punti di incrocio sappiano scegliere con buon senso e intelligenza; persone che comprendano senza riserve che la loro vita e quella della loro comunità è nelle loro mani e che questa libertà è un dono immenso.

Amoris laetitia :La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie

LA VITA SI PERDE QUANDO NOI NON GALLEGGIAMO PIÙ

 SUL PROFUMO DELLA BONTÀ DI DIO.

Rubem Alves

“DIO CAMMINA A PIEDI”

                                                                             Giovanni Vannucci

don Luigi Verdi

AMORE: ultima sosta della Via della Resurrezione
 La croce che preferisco, quella di Romena:
 “Non un crocifisso ma il vuoto, il risorto, l’infinito.
 Unica eredità: l’oro nelle ferite”
Amoris Laetitia  
                                                   Amoris laetitia 
                                     lode-del-mattino…    A te dico: Alzati!
LA lode-del-mattino…  a romena
                                   Lode della sera

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 La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie
La dimensione erotica dell’amore 
cap. 150 /151/152 >>> leggiamounlibro.blogspot.it
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La Pieve di Romena in una foto di Francesco Cosi

 “Il cambiamento non è mai doloroso. Solo la resistenza al cambiamento lo è”

Giorgio Bonati

Una domenica da ricordare, una domenica da muratori e ingegneri. Mai come ieri ho sentito forte di aver messo il mio mattone alla costruzione del ponte che unisce mondi diversamente uguali.

La mattina, chiesa evangelica colma, un culto ricco di gesti e canti, di perdono reciproco, di abbracci tra fratelli che così spesso avevano dimenticato di esserlo, guidati da una donna, capace di andare al nocciolo delle divisioni e di indicarci la via.

La sera, chiesa cattolica colma, un’eucarestia per condividere un pezzo di pane con tutti, iniziata con questa frase del Buddha: “Il cambiamento non è mai doloroso. Solo la resistenza al cambiamento lo è”, e terminata con una storia capace di farci tutti sorridere: Gesù alla partita di pallone. In mezzo ancora abbracci, perché sono i segni quelli che parlano.

Che la settimana continui all’insegna del desiderio di un sogno comune. Le parole di questa preghiera si mescolino al nostro sangue: 

“Signore, insegnami l’attenzione alle piccole cose,

al passo di chi cammina con me per non fare più lungo il mio,

alla parola ascoltata perché il dono non cada nel vuoto,

agli occhi di chi mi sta vicino per indovinare la gioia e dividerla,

per indovinare la tristezza e avvicinarmi in punta di piedi,

per cercare insieme la nuova gioia.

Signore, insegnami la strada su cui si cammina insieme,

nella semplicità di essere quello che si è,

nella gioia di avere ricevuto tutto da te nel tuo Amore.”

Fra Giorgio Bonati


Questa notte ho fatto un sogno…

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Questa notte ho fatto un sogno,

ho sognato che ho camminato sulla sabbia

accompagnato dal Signore

e sullo schermo della notte erano proiettati

tutti i giorni della mia vita. 
Ho guardato indietro e ho visto che

ad ogni giorno della mia vita,

apparivano due orme sulla sabbia:

una mia e una del Signore.
Così sono andato avanti, finché

tutti i miei giorni si esaurirono.
Allora mi fermai guardando indietro,

notando che in certi punti

c’era solo un’orma…

Questi posti coincidevano con i giorni

più difficili della mia vita;

i giorni di maggior angustia,

di maggiore paura e di maggior dolore.
Ho domandato, allora:

“Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me

in tutti i giorni della mia vita,

ed io ho accettato di vivere con te,

perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti

più difficili?”.
Ed il Signore rispose:

“Figlio mio, Io ti amo e ti dissi che sarei stato

con te e che non ti avrei lasciato solo

neppure per un attimo:
i giorni in cui tu hai visto solo un’orma

sulla sabbia,

sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio”.

(Margaret Fishback Powers)


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DUECENTOSESSANTUNO DI TRECENTOVENTICINQUE

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SULL’AMORE NELLA FAMIGLIA

 DUECENTOSESSANTUNO

261. Tuttavia l’ossessione non è educativa, e non si può avere un controllo di tutte le situazioni in cui un figlio potrebbe trovarsi a passare. Qui vale il principio per cui «il tempo è superiore allo spazio».[291] Vale a dire, si tratta di generare processi più che dominare spazi. Se un genitore è ossessionato di sapere dove si trova suo figlio e controllare tutti i suoi movimenti, cercherà solo di dominare il suo spazio. In questo modo non lo educherà, non lo rafforzerà, non lo preparerà ad affrontare le sfide. Quello che interessa principalmente è generare nel figlio, con molto amore, processi di maturazione della sua libertà, di preparazione, di crescita integrale, di coltivazione dell’autentica autonomia. Solo così quel figlio avrà in sé stesso gli elementi di cui ha bisogno per sapersi difendere e per agire con intelligenza e accortezza in circostanze difficili. Pertanto il grande interrogativo non è dove si trova fisicamente il figlio, con chi sta in questo momento, ma dove si trova in un senso esistenziale, dove sta posizionato dal punto di vista delle sue convinzioni, dei suoi obiettivi, dei suoi desideri, del suo progetto di vita. Per questo le domande che faccio ai genitori sono: «Cerchiamo di capire “dove” i figli veramente sono nel loro cammino? Dov’è realmente la loro anima, lo sappiamo? E soprattutto: lo vogliamo sapere?».[292]

Amoris laetitia :La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie

LA VITA SI PERDE QUANDO NOI NON GALLEGGIAMO PIÙ

 SUL PROFUMO DELLA BONTÀ DI DIO.

Rubem Alves

“DIO CAMMINA A PIEDI”

               

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don Luigi Verdi

AMORE: ultima sosta della Via della Resurrezione
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La Pieve di Romena in una foto di Francesco Cosi

«Il futuro è di coloro che credono nella bellezza dei propri sogni»

 cuscino il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni Eleanor Roosvelt

Alcune volte vinci, tutte le altre volte impari…

By leggoerifletto.blogspot.it

La giovinezza – Generale Douglas Mac Arthur

La giovinezza non è un periodo della vita

essa è uno stato dello spirito,

un effetto della volontà,

una qualità dell’immaginazione,

un’intensità emotiva,

una vittoria del coraggio sulla timidezza,

del gusto dell’avventura sull’amore del conforto.

Non si diventa vecchi per aver vissuto un certo numero di anni,

si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale.

Gli anni aggrinziscono la pelle,

la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l’anima.

Le preoccupazioni, le incertezze, i timori e i dispiaceri

sono i nemici che, lentamente, ci fanno piegare verso la terra

e diventare polvere prima della morte.

Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia,

che domanda come un ragazzo insaziabile: “E dopo?”

che sfida gli avvenimenti e trova la gioia nel gioco della vita.

Voi siete così giovani come la vostra fede,

così vecchi come la vostra incertezza,

così giovani come la vostra speranza,

così vecchi come il vostro scoramento.

Voi resterete giovani fino a quando resterete ricettivi,

ricettivi a ciò che è bello, buono e grande,

ricettivi ai messaggi della natura, dell’uomo, dell’infinito.

Se un giorno il vostro cuore dovesse essere morso dal pessimismo

e corroso dal cinismo,

possa Dio aver pietà delle vostre anime di vecchi.

– Generale Douglas Mac Arthur – 

Discorso ai cadetti di West Point – 1945

 

«Il futuro è di coloro che credono nella bellezza dei propri sogni».

Il sogno, spesso screditato e deriso da coloro che si definiscono «realisti», haun potere straordinariamente trasformante e sollecitante. 

Il sogno è un acceleratore di emozioni e motivazioni, galvanizza le energie aprendo il campo delle possibilità e rendendoci capaci di cambiare il corso delle cose o di trasfigurare una realtà banale.

Colui che sa sognare, che sa immaginare, eleva il suo entusiasmo così in alto da asservire la realtà ai propri sogni. 

Tutte le grandi scoperte, tutte le grandi azioni, tutto ciò che ha influenzato la storia dell’umanità non è stato compiuto sotto la spinta della necessità o degli obblighi della vita concreta, ma per inseguire un sogno. Gaston Bachelard aveva questo motto: «Immaginare è alzare la realtà di un tono».

Realizzarsi è elevare i propri sogni fino all’età adulta della realtà e alla maturità del desiderio soddisfatto.

– Eleanor Roosevelt –



«Diventa ciò che sei». Questa famosa frase di Pindaro, uno dei più celebri poeti lirici greci, è stata ripresa e commentata da Nietzsche in questi termini: 

«Devi diventare l’uomo che sei. Fai ciò che soltanto tu puoi fare. Divieni costantemente colui che sei, il maestro e lo scultore di te stesso». 

Un’esortazione di questo genere non è priva di paradosso: ciò che siamo, dobbiamo diventarlo o lo siamo già? 

In realtà diventiamo davvero noi stessi nel momento in cui realizziamo i nostri desideri o quando rispondiamo a una chiamata. Il nostro equilibrio dipende dunque da questo adeguamento perpetuo tra l’immagine che abbiamo di noi stessi e la realtà che si concretizza nella nostra vita e alla quale ci sentiamo chiamati.

– Bernard Grasset –



Buona giornata a tutti. 🙂

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Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni

«Il futuro è di coloro che credono nella bellezza dei propri sogni».

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Dove sono i figli?

 DUECENTOSESSANTA

260. La famiglia non può rinunciare ad essere luogo di sostegno, di accompagnamento, di guida, anche se deve reinventare i suoi metodi e trovare nuove risorse. Ha bisogno di prospettare a che cosa voglia esporre i propri figli. A tale scopo non deve evitare di domandarsi chi sono quelli che si occupano di dare loro divertimento e intrattenimento, quelli che entrano nelle loro abitazioni attraverso gli schermi, quelli a cui li affidano per guidarli nel loro tempo libero. Soltanto i momenti che passiamo con loro, parlando con semplicità e affetto delle cose importanti, e le sane possibilità che creiamo perché possano occupare il loro tempo permetteranno di evitare una nociva invasione. C’è sempre bisogno di vigilanza. L’abbandono non fa mai bene. I genitori devono orientare e preparare i bambini e gli adolescenti affinché sappiano affrontare situazioni in cui ci possano essere, per esempio, rischi di aggressioni, di abuso o di tossicodipendenza.

Amoris laetitia :La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie

LA VITA SI PERDE QUANDO NOI NON GALLEGGIAMO PIÙ

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don Gigi ” 

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Ho sognato il santo curato d’Ars passeggiare per Padova

Giovanni_Maria_Vianney

La stanza vuota di don Marco Pozza

M’intestardisco nello stanare la brace sotto la cenere. Immaginate una casa di famiglia: «Le sedie talvolta mancano di un piede, i tavoli sono macchiati d’inchiostro, le scatole di marmellata si svuotano da sole nelle dispense» (G. Bernanos). In ogni casa, assieme all’ordine, c’è sempre anche del disordine: è il prezzo da pagare per essere-abitata. La Chiesa, con la maiuscola, è una casa: assieme all’ordine, c’è anche del disordine. «Mi vergogno» ha scritto il vescovo Claudio a margine dei fatti che stanno accadendo a Padova. Un verbo pesante, il verbo del ribrezzo e del disagio, della sconcezza, dell’ignominia. Un verbo che è anche di altissima consolazione: riesce a provare vergogna solo chi, prima, ha percepito per intero la misericordia di Dio. Non è una scusa-impacchettata: è la pietra sulla quale regge la salvezza cristiana. «Vorremmo vedere altre cose dentro la chiesa» è il rimprovero che ci sentiamo sempre addosso noi preti. Chi, tra di noi, non vorrebbe vedere dell’altro? Proprio qui sta il fatto: ognuno di noi è in grado di vedere secondo i propri meriti e la grazia di Dio. Immagino il curato d’Ars in questi giorni in vacanza a Padova. Lui, che è patrono di tutti i parroci, vorreste che andasse in giro col quotidiano sotto-mano, il bisbiglio sulle labbra, il sospetto nello sguardo? Figuratevi! Continuerebbe a pregare, perchè i santi – che sarebbero i più qualificati a lamentarsi – non si sono mai lamentati. Il loro lamento è stata la continua-dedizione per una chiesa che volevano diversa.
E’ sotto il torchio che l’uva diventa vino: sotto questo torchio – il cui nome laico è tritacarne – la mia chiesa ne uscirà diversa: non più bella o più brutta, ne uscirà diversa. In questi giorni le indagini affondano, in questi giorni la chiesa di tutto il mondo prega per l’unità dei cristiani. Unità e vergogna: i due ingredienti – come l’acqua e la cenere al tempo della mia nonna -, che il Signore sta usando per fare il bucato a noi preti. “I tuoi amici giornalisti dovrebbero vergognarsi a scrivere quelle cose” mi ha scritto un confratello. Invece no, amico: che ognuno faccia bene il suo mestiere, che ognuno sia responsabile del frutto del suo mestiere. Quando si celebra l’eucaristia si dice: «E’ frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Lo presentiamo a te». Di fronte a Dio, al tramonto, ognuno ci arriva con la sua tuta da lavoro addosso: solo così si prega Dio sinceramente. Con le vesti stropicciate dal troppo sonno, con la maglia sporca di grasso, con la testa che scoppia di preoccupazioni. La mia Chiesa io la amo: quando la contesto è perchè la vorrei sempre più bella di fronte agli uomini. Contesto lei, per scoprire che sto contestando me. Forse per questo chi sceglie l’invito alla sequela – non c’è mai stato miracolo più bello di chi lascia tutto per andar dietro a Cristo: è il vangelo di oggi – calcola, nel suo preventivo di spesa, la miseria e la fragilità. A chi di noi, preti, non è mai capitato d’imbattersi su strade fuligginose, in terre di mezzo, su sentieri d’ambiguità? Il segreto, lo stesso che salvò il pescatore di Galilea quando stava per annegare, è voltarsi verso Cristo: ricordarsi dove abita la salvezza. Penso sia questa la lezione atroce che il Signore sta marcando col fuoco sulla pelle di noi preti padovani: dobbiamo tornare a credere in Dio. Nella miseria di queste notti, ho chiesto consolazione ad un amico, Keith Chesterton: «Chi non crede in Dio, non è vero che non crede in niente, perchè comincia a credere a tutto». E’ una delle notti-buie che il Signore ha organizzato per la mia Chiesa: perchè, persa la fede in Lui, anche il prete inizia ad andare alla ricerca della salvezza dove può. Dove gli dicono tutti d’andare, laddove la cenere ha un solo dovere: quello di dire a tutti che il fuoco è spento per sempre. Invece è proprio questo il guadagno di saper dire «Mi vergogno»: professare la fede in Dio, credere in Lui. Che, terra-terra, è saper vedere le braci sotto la cenere.
(da Il Mattino di Padova, 22 gennaio 2017)

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